DIETRO LE QUINTE DI WILD ITALY- da Oasis luglio 2014

Francesco Petretti in una ph di Tiziano Rossano Mainieri

Francesco Petretti in una ph di Tiziano Rossano Mainieri

 

 

Quante volte avete visto in televisione il ghepardo inseguire la gazzella, il leone abbattere la zebra, il grizzly agguantare un salmone nelle rapide dell’Alaska?

Innumerevoli.

Anche io: da più di trent’anni parte del mio lavoro si svolge nei programmi di divulgazione naturalistica della televisione ed ho così modo di visionare ogni anno centinaia di documentari, di produzione rigorosamente straniera, che trattano della vita degli animali selvatici.

Nella loro realizzazione, sono state raggiunte vette insuperabili di perfezione tecnica, coerenza narrativa, spettacolarità delle sequenze e delle ambientazioni e quindi verrebbe voglia di arrendersi e di lasciare campo libero ai documentaristi e ai produttori inglesi, americani, tedeschi, francesi, per accontentarsi di vedere nel loro lavoro il meglio di quanto la natura possa ancora offrire a livello mondiale, ripreso da chi ha le capacità e i mezzi per filmarlo nel modo migliore.

Per fare un buon documentario servono anche (ma non solo) risorse economiche: in Italia si investe ormai poco nella produzione dei documentari, sebbene il nostro paese possa vantare fra i suoi meriti anche quello di aver segnato la strada del documentarismo naturalistico negli anni Cinquanta e Sessanta, attraverso l’opera di Bruno Vailati, Folco Quilici, Fabrizio Palombelli, Carlo Prola.

Da allora, fatta eccezione per la serie di Pan , all’inizio degli anni Ottanta, e successivamente di Professione natura e di Geo, sempre di Rai3, il lavoro è stato portato avanti con sempre maggiori difficoltà da pochi produttori indipendenti che per la forzata esiguità degli investimenti difficilmente hanno potuto raggiungere il mercato straniero.

Riconoscendo la supremazia della BBC, dell’Anglia, del National Geographic, di Ushuhaia, dello studio Amburgo e di altre grandi case produttrici straniere, ho deciso alcuni anni fa di imbarcarmi comunque in una impresa a dir poco ambiziosa. Raccontare per immagini la natura del nostro Paese, questa ossuta catena montuosa che divide in due il Mediterraneo, separando la parte orientale da quella occidentale, e che si protende dall’Europa centrale alla latitudine del Nord Africa.

L’Italia, proprio per questa sua particolare condizione geografica, è il paese più ricco di biodiversità a livello animale e vegetale in tutta l’Europa. Biodiversità comunque difficile da raccontare perchè secoli di persecuzione hanno reso gli animali scaltri e diffidenti, hanno spinto molti mammiferi a uscire allo scoperto solo di notte, gli uccelli a fuggire al minimo segno di pericolo. E poi bisogna muoversi fra strade, centri abitati, recinzioni, limitazioni di ogni genere: altro che orizzonti sconfinati dell’Alaska e del Serengeti.
La vera giungla è qui.

Filmare un biancone sul nido in Maremma costa cento volte più fatica che farlo nel Coto Donana o nelle Cevennes. Una volta trovata la dimora di una coppia, nascosta in forre boscose poco accessibili, bisogna infatti sperare che il nido sia messo in posizione adeguata per essere filmato (luce, inquadratura etc.), che nessuno venga a rubare il pulcino (ancora oggi il furto dei nidiacei è un’attività praticata regolarmente in Italia), che nessun bracconiere di cinghiali, raccoglitore di funghi, di tartufi passi con il suo cane nella zona del capanno . Il capanno deve essere costruito per questo su un albero, anche se si potrebbe stare più comodamente a terra.

Non è possibile lasciare in zona la parte più pesante dell’attrezzatura, come il cavalletto: è incredibile il numero di persone che in ogni giono della settimana, per qualsiasi motivo, si muove anche nelle aree apparentemente più desolate. Le possibilità di ritrovare il materiale dopo qualche giorno sono remote, per questo in ogni spedizione bisogna trasformarsi in bestie da soma.

Solo dopo essersi assicurati le condizioni minime di sicurezza per lavorare, si può iniziare a pensare al documentario.

Ore immobili, attenti al minimo rumore, con l’occhio incollato al viewfinder e l’orecchio teso per anticipare l’arrivo dei rapaci. Rigorosamente da soli: nel capanno non c’è spazio per due, si finirebbe poi per parlare e per distrarsi.

Tutto questo per raccogliere pochi secondi di immagini : i rapaci che scendono al nido con un lungo serpente che penzola dal becco, nutrono il piccolo, si salutano con i loro duetti vocali. Scene indimenticabili che fanno parte del primo episodio della serie Wild Italy, dedicato all’aquila dei serpenti, il rapace che da ormai quaranta anni studio e osservo nella Maremma toscana e laziale.

E poi giorni interi per filmare i litigi fra coppie confinanti, i primi voli del giovane fuori dal nido, la vita dei serpenti, mettendo a frutto un patrimonio di conoscenze accumulato negli anni, ma che non è mai risolutivo, perché la natura ama fare cose bizzarre e ogni tanto impreviste.

Ho completato in tre anni di lavoro otto film, quasi otto ore di spettacolo della natura, rigorosamente selvaggia, libera, non manipolata, spostandomi dalle piccole isole al largo della Sicilia alle vette dell’Appennino, dalle saline della Puglia alle grandi steppe della Sardegna, dalle paludi della Maremma alle forre rocciose della Tuscia.Ogni documentario dura circa 50 minuti: ogni inquadratura non si prolunga per più di tre secondi in media, per dare al racconto quel ritmo necessario per non annoiare e per essere in linea con il linguaggio e lo stile narrativo internazionale.

Significa che in ogni documentario ci sono mille inquadrature, mille “tagli”. Un lavoro complesso in sede di montaggio, considerando che ogni scena è accompagna da almeno tre colonne audio di effetti e, spesso anche da quella di musiche e di speaker off. Per specifiche fasi tecniche mi sono giovato dell’apporto di validi collaboratori : sul campo il pilota di drone e lo speleologo, in sala di montaggio il tecnico audio per il mix, e naturalmente  il maestro di musica. Quest’ultimo è Davide Caprelli, un giovane musicista di Cesena, che ha composto per Wild Italy musiche forti e ritmate che ho fatto in modo che diventassero protagoniste in alcuni passaggi del film, unendosi anche agli effetti di primo piano.

Di solito al termine di un lavoro si cerca di ripercorrerne con la memoria le tappe più significative, di ricostruire i singoli episodi, ma sono così numerosi che si accavallano, si affollano e cercano di imporsi.

Forse quella volta che misi la telecamera accesa accanto al corpo di un cavallo morto e mi allontanai sperando che venissero gli avvoltoi? Quelli, più di quaranta , si posarono a qualche metro di distanza ma non ne vollero sapere di scendere a nutrirsi. Diedi la colpa al mascheramento della telecamera, forse non sufficiente per non insospettire gli avvoltoi.

Andai a riprendere l’attrezzatura dopo due ore, esaurite la scheda e la batteria, e quando di sera, scorrendo frettolosamente due ore di inutili immagini di cavallo morto stavo per pigiare il comando “delete” che avrebbe cancellato in pochi secondi l’intero file, capii perchè i grifoni non si erano avvicinati alla carcassa. Era scesa un’aquila reale.

La serie Wild Italy

Il primo documentario è dedicato all’aquila dei serpenti, rapace che si nutre quasi esclusivamente di colubri e di vipere. Il documentario descrive in modo intimo e dettagliato la vita e l’alimentazione delle coppie di aquile dei serpenti che vivono nei monti della Tolfa, una zona ancora molto selvaggia dell’Italia centrale. La ricerca delle prede, l’allevamento dell’aquilotto, la migrazione verso l’Africa di uno dei più spettacolari predatori europei sono descritte con riprese frutto di lunghi appostamenti.

Il Serengeti degli insetti è il secondo documentario, dedicato all’antico, ma ancora attuale fenomeno della transumanza, che ha dato origine, in Puglia, a vasti pascoli classificati come steppe mediterranee. Sono spettacolari distese erbose ricche di vita animale e vegetale. Considerati fra gli ambienti più minacciati dell’Europa, ospitano superpredatori come la cavalletta Saga pedo, il più grande insetto europeo, che vivono né più né meno dei grandi protagonisti della vita nelle savane africane. Da qui l’analogia fra erbivori, carnivori, necrofagi a sei e otto zampe, e i grandi animali del Serengeti africano. Il documentario fa ricorso ad avanzate tecniche di ripresa macro.

Due intere stagioni sono state dedicate al documentario Saline. Le saline italiane risalgono all’epoca fenicia, poi sono state ampiamente ristrutturate dai Romani e più avanti da tutte le civiltà che hanno sempre considerato il sale un bene prezioso. Alcune vantano anche il contributo di illustri architetti, come il Vanvitelli, che disegnò quelle pugliesi, o macchinari assolutamente rivoluzionari per l’epoca come le viti di Archimede azionate da mulini a vento a Mozia.Le saline italiane hanno corso il rischio di essere abbandonate e di finire nel degrado, quando è stato “dismesso” il monopolio del sale, ma per fortuna grazie al contributo di persone competenti e appassionate, sono tornate a rivivere, producendo un sale di qualità esportato in tutto il mondo.Il documentario descrive quelle di Margherita di Savoia , di Trapani, di Sant’Antioco , di Comacchio e di Tarquinia, con il racconto di tutte le fasi della lavorazione del sale sia in chiave tradizionale che moderna, e si sofferma a descrivere il loro valore paesaggistico e naturalistico.Le saline italiane sono infatti diventate straordinarie culle di Biodiversità, importanti per la sosta e la nidificazione di fenicotteri, avocette, sterne e gabbiani. Il documentario presenta per la prima volta immagini esclusive della nidificazione di fraticelli e avocette, gabbiani corallini e rosei e di fenicotteri a Margherita di Savoia e si conclude con l’annuale festa del fenicottero rosa, simbolo della vita delle saline, a Comacchio.

I mari italiani accolgono una serie di piccole isole rocciose, a volte poco più grandi di uno scoglio, di eccezionale valore paesaggistico e naturalistico. Sono le nostre “Piccole Galapagos del Mediterraneo ” dove l’evoluzione si è sbizzarrita a dare vita a particolari forme di vita animali e vegetali endemiche che il documentario descrive , passando dal misterioso e disabitato scoglio di Lampione alla nera e vulcanica Linosa, nelle Pelagie, dall’aspra Marettimo alla ventosa san Pietro, palcoscenico di tante storie naturali in rapporto anche con l’attività degli uomini che a San Pietro ancora oggi pescano i tonni nella maniera tradizionale, a Linosa festeggiano Maria con una suggestiva cerimonia in mare, a Marettimo si dedicano al turismo naturalistico in una delle più importanti aree marine del Mediterraneo. Piante misteriose della macchia mediterranea, particolari specie di rane e di rettili, insetti endemici, uccelli marini, falchi veloci e ciarlieri sono i protagonisti assoluti della vita nelle nostre isole del Tesoro.

Rome caput avium si apre con spettacolari immagine aeree dell’acquedotto romano, realizzate con un drone.Fra monumenti e tesori storici e archeologici , si muove un mondo selvatico composto da tantissime specie di piante e di animali. Primeggiano gli uccelli e fra questi due si contendono il titolo di dominatori di “Roma Caput Avium”. Il documentario diventa così il racconto di una contesa fra cornacchie e gabbiani, alle prese con storni, cormorani, pappagalli e falchi nella città eterna, fra tesori dell’antichità Romana e chiese barocche diventate il sito di nidificazione di rare specie di falchi. Anche il Tevere si rivela un insospettabile rifugio per la vita selvatica.

Ai Sopravvissuti dell’Ultima Era Glaciale è dedicato un intero film che descrive un mondo particolare di piante e di animali sopravvissuti sulla vetta del Gran Sasso, nel cuore dell’Appennino. Cambiamenti climatici e altri fattori attentano alla sopravvivenza di protagonisti adattati alla vita in un ambiente gelido, nevoso, spazzato dal vento. Nel corso dell’anno, anche durante le più intense bufere invernali, il documentario segue la vita di camosci e di fringuelli alpini e poi il miracolo della fioritura di piante artiche piccole ma dall’intensa colorazione.

Da tempo accarezzavo l’idea di mettere in luce la grande fauna appenninica e questo è avvenuto con il più impegnativo fra i documentari della serie: I Big Five del Mediterraneo. A un’ora di auto da Roma, il più antico fra i parchi nazionali italiani, quello d’Abruzzo Lazio e Molise, offre ancora l’opportunità ai grandi predatori e alle loro prede di condurre un’esistenza assolutamente selvaggia, in boschi di faggio e ripide pendici rocciose. I Big 5 del Mediterraneo sono il cervo, il camoscio, l’aquila reale, il lupo e l’orso descritti con immagini frutto di un paziente lavoro di ricerca, che rivela la complessa trama di relazioni che fanno delle montagne italiane un paradiso di biodiversità unico al mondo.

L’ultimo degli otto documentari è dedicato al mondo delle paludi, all’universo compreso “Fra terra e mare”.Sebbene imponenti bonifiche, iniziate già in epoca etrusca e proseguite poi dai romani e dai Medici abbiano redento buona parte della Maremma, ancora oggi ai piedi di colline ammantate di macchia mediterranea e querceti, regno dei daini , si estendono importanti zone umide, luogo di sosta per stormi di uccelli migratori che lasciano il Nord Europa ai primi freddi per venire a svernare nelle riserve naturali della Toscana meridionale. E’ la terra delle vestigia etrusche, delle grandi paludi, delle mandrie di vacche e cavalli allevati allo stato brado, degli oliveti secolari. Qui, d’inverno, arrivano migliaia di uccelli migratori, in autunno i daini vanno in amore e i cinghiali contendono all’uomo il primato su un mondo di terre aspre ma fertili.